RICERCHE PATOLOGIA ARRAMPICATORIA 2019

DIFFUSIONE RISULTATI PARZIALI

Resoconto attività di ricerca patologie arrampicatoria 2019
Cari amici di patologia arrampicatoria, voglio tirare le somme delle Ricerche fatte sulla prevenzione e sul miglioramento della prestazione. Innanzitutto permettetemi di ringraziare tutti quelli che con le loro conoscenze mi hanno aiutato a comprendere meglio i problemi e tutti gli amici di patologia arrampicatoria che tramite il crowdfunding hanno permesso di finanziare parte delle ricerche. Come vi ho anticipato abbiamo focalizzato ricerche in base alle richieste emerse da voi e altri sui miei pallini. I temi sono stati i seguenti:

-back tension in arrampicata,
-osteofitectomia mininvasiva nel piede del climber,
-safe dws
-valutazione cinetica e dinamica
-modifica plastica del polpastrello per incrementare la tenuta delle tacche

BACK TENSION & ARRAMPICATA

Secondo molti la classica postura ipercifotica del climber è dovuta a una prevalenza dei muscoli anteriori e del core, associata al loro mancato stretching. In molti hanno proposto le loro ricette miracolose e i loro allenamenti specifici. Funzionano se applicati a persone, che non hanno quella postura o che ancora non arrampicano, purtroppo non funzionano nei climber che hanno già assunto quella postura. Apparentemente si tratta di un problema propriocettivo e di interazione dello schema corporeo, da correlarsi non solo alla prevalenza dei muscoli anteriori e a loro mancato stretching ma soprattutto alle catene muscolari, se ancora possiamo chiamarle così, che passano invariabilmente dal diaframma. Conseguentemente invariabilmente vengono turbate nel climber a causa dell’attivazione spesso massimale del core. In teoria ciò porterebbe in conflitto tra i sistemi a discapito proprio della cintura spino-appendicolare posteriore. Inizialmente anche io credevo che fosse inevitabile, ma mi sono convinto che anche in attivazione massimale o submassimale del Core, propriocezione della cintura spino-appendicolare non venga alterata se si riuscirre ad applicare anche al climber il concetto di back tension mutuandolo dal tiro dell’Arco, in cui il core si attiva e subattiva a tratti in piena stabilità e feedback di movimento fine della cintura spino-appendicolare. E’ vero che stiamo parlando di un movimento molto specifico, ma consideriamo che alcuni arceri arrivano a libraggi molto elevati. Purtroppo questa mutuazione tecnica non è semplice da ottenere, in quanto da una parte abbiamo uno sport relativamente statico e dall’altra abbiamo l’arrampicata, che in più ha anche gli anteriori con un tonotrofismo elevato. Purtroppo nonostante ore e ore di pratica ed esercizi per acquisire una discreta back tension in maniera autonoma, pur con una contemporanea attivazione del core, non sono riuscito a identificare ancora quale sia la chiave per correlare la back tension e il core control in arrampicata per migliorare il problema. Sto provando con esercizi diversi e spero di potervi dare buone notizie in futuro. La faccenda non è banale ed è indubbiamente importante in quanto risolverebbe in modo fisiologico il problema, si spera anche in maniera più rapida che con i lunghissimi protocolli proposti attualmente che dopo qualche settimana di inattività vengono vanificati.

FATTORI DI RISCHIO E SULUZIONI NEL DEEP WATER SOLOING

Dire che il deep water soloing (DWS) può essere pericoloso equivale a dire una banalità. Abbiamo quindi proceduto ad analizzare i rischi dello stesso, al fine di proporre rimedi efficaci alla riduzione dei rischi specifici. Dato che su questo argomento mi avevate chiesto un video specifico, durante le prove fatte in Corsica ho fatto anche i video di caduta ed entrata in acqua con la misurazione delle profondità raggiunte, ma ho fatto casino nel salvataggio dei file con la GoPro E purtroppo li ho persi tutti. Quindi solo articolo niente video, anche perché far montare i video ho visto che costa troppo e non possiamo permettercelo, Ma se qualcuno volesse montarlo io sono sempre disponibile.Ovviamente nel mondo c’è gente che ha studiato molto più di me l’argomento è sicuramente che ha praticato e osservato molto più di me.

Fattori di rischio valutati:

Posizione di entrata in acqua.

Altezza di caduta

Bilancio polmonare

Fattori psicologici subacquei

POSIZIONE DI ENTRATA IN ACQUA

Assistendo ad una sequenza di cadute abbiamo notato quanto varia la posizione di entrata in acqua , anche da altezze ridotte la posizione di entrata in acqua si è rivelata essere fondamentale per un comfort e per una buona ripresa della natazione. Fortunatamente durante le sequenze da noi osservate non si sono verificati infortuni né difficoltà alla riemersione. Le interviste però hanno rilevato che le entrate in acqua peggiori sono state quelle più fastidiose e con più difficoltà nella notazione successiva, indipendentemente dall’ altezza di caduta. La posizione migliore di entrata in acqua, come previsto si è rivelata essere quella con l’asse maggiore del corpo ortogonale alla superficie dell’acqua i piedi Uniti, le gambe distese e le braccia aderenti al corpo. Purtroppo nelle cadute non premeditate questa posizione è stata raggiunta in pochi casi e solo dai soggetti con più esperienza. Nei salti volontari invece la posizione veniva raggiunta molto più facilmente. Per questi motivi si può consigliare fortemente di allenare l’entrata in acqua con salti volontari prima di iniziare ad arrampicare sul serio.

ALTEZZA DI CADUTA

Durante le nostre osservazioni l’altezza di caduta è variata dal mezzo metro fino ad un massimo di 8 m. Come altezza massima può sembrare limitata ma è ragguardevole, se consideriamo che per arrivare in acqua ci si mette poco meno di 1.3 secondi e si arriva a una velocità di circa 45 km/h (se non ho sbagliato qlc conto) , sono numeri difficili da digerire. Lo diventano ancora di più se proviamo a pensare quanto poco è un secondo e che 45 km orari sono più o meno la velocità di un’auto in un centro abitato, una velocità difficilmente raggiungibile in bici da molti di noi in pianura. In 1.3 secondi c’è tutto il tempo per raggiungere una posizione adeguata, Ma se cadiamo senza aspettarselo i tempi di reazione si allungano e rosicano quel poco tempo. 45 km orari sono proprio tanti, l’acqua a quella velocità diventa quasi un solido. Per questo è importantissimo entrare con la posizione corretta. Le cadute che hanno dato più problemi Tuttavia sono state quelle avvenute entro i primi 2 m. Il fatto che siano capitate quasi tutte ai climber con minore dimestichezza nel DWS può essere un fattore confondente, Ma la parte fondamentale da considerare è che nonostante l’accelerazione sia una velocità al quadrato entro i 2 metri il tempo di reazione è veramente minimo e assumere una posizione corretta non è facile, proprio come quando si cade sul Crash pad.

BILANCIO POLMONARE

Chiedo scusa in anticipo se questa parte non sarà Chiara, ma non essendo io un fisico posso solo affidarmi alla fisiologia per spiegarmi.Come il buon Archimede Ci ha spiegato un corpo Immerso in acqua riceve una spinta pari a quella del volume del liquido spostato(quindi meglio non fare i ganassa al lago). Tale spinta va a contrastare l’accelerazione della nostra caduta e ci rallenta per poi sospingerci verso la superficie. Questo accade se tutto va bene. La situazione però è più complessa di quanto si possa comunemente pensare, in quanto all’aumentare della profondità aumenta la pressione, che comprime i gas contenuti nella nostra cassa toracica e nell’intestino, questo riduce il volume dell’aria contenuta e quindi riduce la quantità e il peso di acqua che il nostro corpo sposta. Questo si traduce in una minore spinta verso l’alto all’aumentare della profondità ovvero una neutralità o peggio una negatività batimetrica, in pratica si affonda. Da ciò si potrebbe inferire che prima dell’impatto con l’acqua si debba inspirare fino alla massima capacità inspiratoria. Teoricamente non sarebbe un errore, ma in caso di un entrata in acqua non buona con trauma toracico Potrebbe causare dei problemi seri che diventerebbero ancora più gravi in quanto ci troviamo in un momento a rischio di affogamento. Quindi il consiglio è quello di non inspirare fino alla massima capacità ispiratoria. Un altro buon consiglio potrebbe essere indossare un mutino in neoprene che andrebbe ad abbassare di parecchio il punto di neutralità batimetrica. Inutile dire che non bisogna espirare mentre si è ancora sott’acqua e che quando si riemerge non bisogna ispirare completamente, ma solo per il 50%. E’ una buona norma seguire un protocollo di uscita sicura per evitare una sincope da apnea, sui siti di apnea potete trovare moltissime informazioni a riguardo.

FATTORI PSICOLOGICI SUBACQUEI

Un climber con capacità natatorie normali inspirando prima dell’ entrata in acqua poco più del volume corrente, sebbene con una affanno pregresso dovuto arrampicata, non ha problemi a riemergere nuotando, prima che intervengano le contrazioni diaframmatiche che preannunciano l’ipercapnia, ovvero l’eccesso di anidride carbonica. Però l’ansia e il disorientamento dovuti alla caduta e all’entrata in acqua aumentano di molto il consumo di ossigeno e la tolleranza all’ipossia, soprattutto se interviene uno stato di panico. Per cui meglio impratichirsi anche in quanche risalita in apnea con le scarpette addosso. Ricordiamo che il movimento della rana in apnea è diverso dal rana normale. Quando raccogliete le gambe nella rana normale decelerate la vostra risalita consumando ossigeno. Avere la sensibilità di sentire l’emersione non è male.

CONCLUSIONI

Dai fattori sopra esposti descritti emerge che la pratica non è pericolosa in sé, se svolta con le dovute cautele e se si rispetta una curva di apprendimento soprattutto per quanto riguarda l’entrata in acqua. Oltre ai suggerimenti già esposti sopra mi preme portare all’attenzione il seguente concetto.

L’attuale modello di sicurezza medio con barca al seguito secondo me è migliorabile in quanto un trauma toracico, o un’ espirazione profonda al momento dell’impatto possono portare il climber sotto il livello di neutralità batimetrica con conseguente affondamento fino al fondo. A quel punto il barcaiolo è di ridotta utilità, mentre un uomo in acqua, munito di pinne lunghe e una certa esperienza in apnea può fare veramente la differenza. Ancora di più se munito di muta e piombi, in quanto una volta raggiunto l’infortunato sganciando i piombi può risalire in maniera veramente agevole. La barca è comunque fondamentale in caso di arresto cardiorespiratorio o respiratorio, perché le manovre rianimatorie in acqua sono possibili, ma realmente complesse. Lo sono anche in Barca, ma meno, soprattutto se si è seguito almeno un corso di bls. Inutile dire che un sub non può essere di grande aiuto per i problemi di decompressione, anche se potrebbe legare l’infortunato a un pallone di sollevamento per farlo riemergere.

Ps durante le osservazioni i fondali sono sempre stati più che sufficienti, ma la scelta e poi l’ispezione di un fondale adeguato sono il fondamento della pratica

Pps questi ovviamente sono solo i miei 2 cent. Di sicuro ci sono molti esperti preparatissimi, ma in rete non ho trovato nulla sulla sicurezza.

OSTEOFITOSI NEL PIEDE DEL CLIMBER. UN APPROCCIO MININVASIVO CON TECNICA MIS

OSTEOFITECTOMIA NEL PIEDE DEL CLIMBER

Come spiegato nell’articolo che segue questa relazione (Avevo male ai piedi se non la chiudevo) le sollecitazioni dell’arrampicata e l’utilizzo di calzature inadatte possono causare delle escrescenze ossee dette osteofiti, che rendono doloroso l’utilizzo delle scarpette.

Non sempre con la terapia conservativa o infltrativa si può risolvere il problema. per questo a volte è necessaria la rimozione chirurgica. in genere serve un taglietto di un paio di cm, che purtroppo può dare anche complicanze come ad esempio dolore per qualche tempo e problemi alla cicatrice (cicatrici dolorose, ipertrofiche, retraenti).

Per ovviare alla invasività chirurgica e alle complicanze, in questo 2019 ho iniziato ad applicare la tecnica mininvasiva del Professor De Prado anche per la patologia osteofitica falangea sia subungueale, che paraarticolare e terminale. Tramite un accesso di circa 3 mm con le apposite microfrese mi è stato possibile in anestesia tronculare sotto controllo fluoroscopico rimuovere gli osteofiti e con essi la sintomatologia dolorosa permettendo di calzare nuovamente le scarpette appena il tramite chirurgico è cicatrizzato.

Sono molto contento di questa innovazione che rende questo intervento molto meno invasivo e veramente tollerabilissimo.

Un sentito ringraziamento a tutti gli amici del crowdfunding che hanno contribuito a finanziare l’acquisto dei testi e le trasferte per acquisire la tecnica.

VI POSTO QUESTO ARTICOLO DI QUALCHE ANNO FA PER DARVI LE BASI PER CAPIRE LA RICERCA CHE HO FATTO QUEST’ANNO SUL PROBLEMA DEGLI OSTEOFITI NEL CLIMBER

AVEVO MALE AI PIEDI… SE NO LA CHIUDEVO!

Da una indagine statistica sulla nostra pagina facebook “Arrampicata e tendiniti pulegge, etc:patologia arrampicatoria” è emerso che il il 44 % dei 256 climber votanti ha avuto problemi ai piedi causati dall’ arrampicata.Però la maggior parte dei climber non ritiene il piede una parte anatomica soggetta a patologie causate dall’;arrampicata.In contrasto con ciò io vedo un discreto numero di arrampicatori con patologie al piede causatedall’ arrampicata. Alcune sono abbastanza comuni: contusioni (botte)che rimangono dolenti per mesi, unghie incarnite,calli iperdolenti, ragadi (dei tagli nelle pieghe che non guariscono), spinecalcaneali, alluci valghi e dita a martello.Troppo spesso i climber vengono da me dopo che sono stati da altri medici, che scoprendo chemettiamo scarpette 2 numeri in meno dicono “Deve smettere di arrampicare”; o “Deve mettere una scarpa della sua misura e metterci dentro un plantare per arrampicare!” questi casi suscitano certo qualche sorriso per l’alone di mistero e ignoranza che avvolge il nostro sport, ma sono ancora fortunati. Nei casi peggiori accade che il medico non capisce proprio che si usano scarpette particolari, in cui il piede deve assumere una postura particolare. Così capita che curi il problema come in un paziente normale. Questo in caso di ragadi, unghie incarnite, calli iperdolenti in genere non porta a danni ma solo ad una mancata guarigione. In casi più gravi soprattutto per alluce valgo o dita a martello il paziente viene operato e il piede non fa più male, ma le dita vengono modificate in modo che non possano più entrare correttamente nella scarpett. Questo per un climber è una tragedia perchè significa dover arrampicare in ciabatte. D’altronde il medico non ha colpa, perchè l’intervento è perfettamente riuscito, nessun paziente si è mai lamentato di non poter rattrappire le dita in una scarpa 2 numeri più piccola per arrampicare. Non dimentichiamo che questa pratica è incomprensibile e “anormale” per il 99% della popolazione “normale”.LE SPINE OSSEE UN PROBLEMA DA CLIMBER!Oggi vorrei parlare in particolare una patologia molto rara nella popolazione “normale” madiscretamente comune tra noi “anormali” dopo qualche anno di arrampicata con scarpette 2 numeri in meno.COSATecnicamente si chiamano “Osteofiti falange”, in pratica sono delle piccole spine ossee dellefalangi, ovvero degli ossicini che compongono le dita dei piedi. Per semplicità li chiameremo spine ossee.PERCHE’Sono causati da infiammazioni locali associati a compressioni o tensioni anomale. Guarda casoqueste condizioni corrispondono perfettamente all’uso prolungato e ripetitivo delle scarpette, specialmente in placca.COMEQueste simpatiche spine causano un dolore alle dita che è caratteristico perchè insorge sempre nello stesso punto; non subito, ma dopo aver indossato la scarpetta da un po di tempo.A volte insorge solo durante un certo tipo di arrampicata (in genere in placca). Il dolore inizia gradualmente e diventa pian piano insopportabile.Un particolare importante è che il dolore inizia quando si sta usando quel tipo di scarpetta dadiverso tempo senza disturbi (soprattutto se in pelle sintetica non elastica).questo fa pensare che non sia correlato alla scarpetta, invece è stata proprio quel tipo di scarpetta a causare le compressioni e conseguenti infiammazioni che han portato allo sviluppo di quella spina ossea.NIENTE PANICOAttenzione non cadiamo nell’errore di pensare che tutti i dolori alle dita dei piedi siano causati da queste spine ossee, più spesso è semplicemente una scarpetta troppo piccola o inadatta a quel piede. Non dobbiamo pensare neppure che tutte queste calcificazioni causino dolore. Se non sono compresse non lo causano, infatti nella scarpa da ginnastica non fanno male. Alle volte diventano grosse senza essere dolenti. Il paziente della fig. X ha dovuto sottoporsi all’intervento per rimuoverla perchè il dito non stava più dentro la scarpetta, non perchè era dolente.COME RISOLVERE IL PROBLEMADIAGNOSI Come sempre per risolvere il problema bisogna capire bene qual’è il problema. Inquesto caso bisogna capire se c’è una o più di queste spine e se è proprio lei a causare il dolore, perchè come dicevamo a volte ci sono ma non fanno male. In molti casi si devono fare delle radiografie nelle proiezioni corrette tenendo ben presente che non è facile vedere queste spine, perchè le dita sono 5 in tutto 14 falangi e spesso almeno una falange stadavanti alla spina coprendola. Ovviamente è fondamentale visitare il piede con e senza scarpetta, mettendo anche la scarpetta in carico arrampicatorio. Questa visita in genere da gli elementi necessari per risolvere il problema.CURAI provvedimenti necessari sono diversi a seconda del tipo, dimensione e posizione della spina. Si va dal fare degli scarichi selettivi sulla tomaia della scarpetta al cambiare scarpetta scegliendone una che non causa compressione proprio in quel punto, e possibilmente non ne causi altri. Se questo non basta è possibile eseguire un intervento mininvasivo andando a limare la spina con un taglio di pochi millimetri. Vedi fig prima e dopo l’intervento.PREVENZIONE DELLE SPINE E PREVENZIONE DELLE RECIDIVE POST TRATTAMENTODato che la causa di queste spine sono le compressioni, bisogna scegliere una scarpetta adatta al proprio piede. Si deve considerare:L’assetto digitale che il proprio piede assume all’interno quando viene messo sotto carico.Il tipo di materiale della tomaia: tomaie in pelle animale: sono cedevoli e quindi si adattano al piede. Questo in teoria previene le spine, in quanto la compressione diminuisce quando la scarpetta si adatta al piede. In pratica però, noi climber per prevenire la perdita della performance causata dal giusto cedimento della scarpetta le prendiamo 3 numeri e mezzo in meno. Questo porta sicuramente a compressioni importanti con discreto rischio di sviluppare spine o di avere delle recidive. Tomaie in pelle sintetica: hanno il grande vantaggio di non cedere e quindi di mantenere la performance della scarpetta. Purtroppo gli avampiedi non sono tutti uguali, classicamente vengono classificati in 3 morfologie a seconda che sia piùlungo l’alluce o il 2° dito; al contrario ogni tipo di scarpetta attualmente può ospitarecorrettamente solo un tipo di avampiede. Questo comporta che in un campionecasuale 2/3 dei climber non indossano una scarpetta adatta, ciò può portare acompressioni molto importanti se si prende una scarpa che per avere una buonatenuta sul mesopiede e retropiede spesso comprime troppo l’avampiede, con rischio di formazione delle spine.Da qualche anno si stà affermando sul mercato una terza via che potrebbe risolverequesto problema: la microfibra elastica a memoria di forma. In pratica questo tipodi tessuti grazie alla propria elasticità cede quando viene indossato. Questocedimento però avviene solo dove c’è più pressione, in questo modo la scarpetta siadatta alla forma che le dita assumono nella scarpetta riducendo la pressione checausa le spine falangee. Fin qui nessuna novità è la stessa cosa che fa la pelleanimale; però quando la scarpetta viene tolta la microfibra ,grazie alla propriaelasticità ripristina la lunghezza e resistenza originarie. Quindi non c’;è bisogno siprenderle 3 numeri e mezzo più piccole perchè non si lasciano andare.L’ultimo importante fattore da prendere in considerazione è il tipo di intersuola, non solo lasua lunghezza, ma soprattutto la sua rigidità. In taluni casi se si ha la fortuna di conoscereuno di quegli abili artigiani, che qualcuno chiama volgarmente risuolatori, se si possiede unascarpette con una tomaia non soggetta a cedimento è possibile farsi fare un’intersuola custom con scarico sotto alcune teste dei metatarsali secondari per dar loro più spazio mantenendo ridigità e sensibilità, o adattare il puntale al proprio assetto digitale.CONCLUSIONEI dolori al piede in arrampicata sono molto frequenti, non vanno accettati come un dogma, inquanto un piede dolente è un piede che non carica correttamente. L’ovvia conseguenza è cheil grado scende o non sale, proprio come il divertimento verticale. Quindi un dolore persistente ad un piede non va sottovalutato, ma indagato, perchè può essere causato da una patologia o può essere il campanello d’allarme di una patologia in arrivo. Nel primo caso vacurata, nel secondo va prevenuta, senza compromettere le prestazioni e possibilmente senzacambiare 20 scarpette prima di trovare quella giusta.Dottor Kelios Bonetti, Medico Chirurgo Specialista in Ortopedia e Traumatologia, espertoin patologia arrampicatoria.

VALUTAZIONE CINETICA E DINAMICA.

PURTROPPO ESSENDO STATA CHIUSA A TEMPOINDETERMINATA LA STRUTTURA OVE FACEVO I TEST HO DOVUTO SMANTELLARE TUTTE LE APPARECCHIATURE(IL DINAMOMETRO MULTIPLO è RISULTATO NON RIPARABILE), QUINDI DA QUESTO PUNTO DI VISTA NON ABBIAMO FATTO PROGRESSI.

Modifica plastica del polpastrello per incrementare la tenuta delle tacche

I risultati sembrano interessanti, ma non ho potuto eseguire i test adeguati, quindi finchè non potrò ripristinare il research center si sospendono le ricerche in questo campo.