EPICONDILITE NEL CLIMBER

Uno dei dolori al gomito più frequenti in arrampicata

COS’E’?

Uno degli acciacchi invalidanti più frequenti per cui i climber si rivolgono a me, è senza dubbio il dolore al gomito derivante dall’epicondilite. Ovvero una sindrome dolorosa di natura infiammatoria/fibroblastica vascolare dell’inserzione e a volte dei ventri muscolari dei muscoli estensori del carpo e delle dita, che si attaccano all’ epicondilo, una struttura ossea del gomito. Molti pensano che tutti i dolori al gomito siano epicondiliti, purtroppo o per fortuna non è così. Infatti come si vede in figura nel gomito ci sono molte strutture anatomiche, ovvero ossa articolazioni, legamenti tendini e muscoli e tutte si possono infiammare o lesionare, seppur più raramente dell’epicondilo.

Molti mi contattano dicendomi: ” Forse ho un’ epicondilite. Come guarisco l’ epicondilite?” Una domanda simile non ha fondamento, perché innanzitutto ci vuole una diagnosi sicura per impostare una terapia, ma sopratutto questa domanda non considera che le epicondiliti sono tutte diverse. Per cui il primo passo da fare quando il gomito fa male è fare una corretta diagnosi scoprendo quale tra le tante è la struttura anatomica infiammata o lesa. Solo allora si potrà valutare la gravità, la durata e le cause. Con questi dati si potrà impostare una terapia ragionata, invece che casuale. Purtroppo spesso l’approccio medico verso il climber è del tipo “Smetta di arrampicare! Soprattutto senza usare guanti di protezione…” e infatti l’epicondilite nel climber viene spesso definita “gomito del tennista”… senza considerare la molteplicità di varietà che tale patologia presenta e la diversità del gesto atletico rispetto al tennista, che obbligano ad un diverso trattamento. Forse è per questo che tra i climber si è diffusa la leggenda metropolitana secondo cui le epicondiliti nel nostro sport non possono essere curate.

A CHI VIENE?

L’ epicondilite è una patologia molto diffusa, infatti il 3-5% della popolazione generale va incontro ad un’ epicondilite nel corso della vita. Tale percentuale aumenta fino al 15% in alcune categorie più a rischio, ad esempio lavori manuali pesanti, carpentieri meccanici etc, ma colpisce anche stiratrici ed utilizzatori di mouse. Ovviamente chi è nell’ambiente da un pò avrà osservato che la percentuale di climber, che nel corso della propria carriera arrampicatoria va incontro a un’ epicondilite è molto più alta di 15 arrampicatori su 100.

QUANDO PREOCCUPARSI?

Quando il gomito inizia a fare male lateralmente, e si sente dolore ad alzare una sedia o a fare il movimento, che si fa per decelerare un motorino, è il momento di iniziare a preoccuparsi. Se dopo 20 giorni il disturbo persiste, non è più il caso di preoccuparsi del problema. Infatti è senz’altro arrivato il momento di occuparsi del problema.

PERCHE’ VIENE?

A vista può stupire che l’ epicondilite sia così diffusa tra i climber, poiché sull’ epicondilo, come si vede in figura, si inseriscono i muscoli estensori; mentre i flessori, molto più impegnati in arrampicata, si inseriscono sull’epitroclea che invece è meno interessata da problematiche di sovraccarico.

Questo apparente controsenso si spiega considerando il fatto che gli estensori entrano in azione anche quando si tira una tacca. Infatti quando gli estensori estendono il polso, pretensionano i muscoli flessori superficiale e profondo delle dita, che potendo lavorare al massimo delle proprie possibilità esprimono tutta la loro potenza.

Il problema è che gli estensori sono muscoli poco potenti rispetto alla richiesta funzionale derivante dall’arrampicata, oltre a essere in genere poco o male allenati e poco curati.

Inoltre bisogna considerare l’evoluzione della biomeccanica del gomito nella specie umana. Nell’evoluzione della nostra specie da animaletti quadrupedi a Homus Climber vi è stato un passaggio fondamentale avvenuto passando dalla postura quadrupede a quella bipede: gli arti superiori non più occupati sostenere il peso del corpo sul terreno sono divenuti utilizzabili per portare degli oggetti. La morfologia e la conseguente biomeccanica ovviamente hanno seguito la legge del risparmio energetico e gli arti superiori con le loro ossa, articolazioni e muscoli si sono specializzati per portare oggetti pesanti nel modo meno faticoso. Pensate a come trasportavate un secchio pieno d’acqua, prima di iniziare ad arrampicare… gomito disteso, manico del secchio stretto nel palmo. Ora probabilmente lo portate tenendolo come una tacca a dita stese, perché è più allenante. Ma portandolo come natura insegna non sforziamo i flessori, né gli estensori e facciamo lavorare il gomito disteso. Le inserzioni muscolari si sono sviluppate per lavorare al meglio in questa posizione meno dispendiosa.

Quando arrampichiamo invece dobbiamo estendere il polso sovraccaricando gli estensori e lo facciamo troppo spesso a gomito flesso, e quindi l’inserzione degli estensori lavora male ed è più soggetta a sovraccarichi e infiammazioni. Questo è sicuramente tollerabile quando si arrampica, ma alla luce di quanto spiegato è sconsigliabile in allenamento. Come è sconsigliabile utilizzare strumenti di allenamento, che sovraccaricano con ciclicità ripetute ad alta frequenza queste strutture già di per se malandate.

COME SI PUO’ GUARIRE?

Quando c’è solo il sospetto di un’ epicondilite appena insorta, può bastare un pò di ghiaccio e di riposo. È un mossa furba sospendere gli allenamenti a secco e anche regalare i vostri attrezzi a rotazione ciclica per l’allenamento degli estensori al tipo che quando vi fa sicura non controlla come ha montato il gri-gri o se gli imbraghi sono chiusi e l’otto ripassato. Anche nei casi iniziali con sintomatologia lieve gli antinfiammatori in teoria sono utili, ma in pratica sono dannosi perché tolgono il dolore e quindi non vi ricordano di mantenere il riposo, anche durante le attività quotidiane come stappare una birra, o accendere acrobaticamente lo zippo.. a proposito fumo e alcool facilitano le infiammazioni croniche. Lo stretching è di giovamento se fatto correttamente, purtroppo bisogna sapere esattamente quale dei tanti muscoli è in una brutta situazione, per farlo correttamente.

Se il problema non passa da solo bisogna iniziare ad occuparsene in maniera seria per scongiurare lunghi stop arrampicatori e indicibili sofferenze, che sarebbero pure sopportabili se non causassero un drastico calo delle prestazioni e soprattutto del grado.

Per prima cosa bisogna capire se è veramente un’epicondilite e inquadrare precisamente che tipo di epicondilite c’è oltre a capire in che stadio e cosa la ha scatenata. Solo così si può impostare un corretto piano terapeutico e iniziare a seconda del tipo un trattamento integrato con terapia antinfiammatoria, per bocca o iniettiva, terapie fisiche, esercizi specifici, o in casi estremi interventi chirurgici. È perfettamente inutile prendere solo un antinfiammatorio a caso, o fare solo un esercizio o farsi fare un massaggio. È una patologia complessa e necessità di un trattamento complesso, altrimenti dopo poco ritorna ed è peggio di prima.

Dottor Kelios Bonetti, Medico Chirurgo Specialista in Ortopedia e Traumatologia, esperto in patologia arrampicatoria.

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